Contratto nazionale dei metalmeccanici e Pubblico impiego, si annunciano gli ennesimi bidoni contrattuali

Una delegazione dell’A.S.La COBAS ha partecipato all’assemblea nazionale di Firenze del 24 gennaio dove operai e delegati che si sono espressi per il NO alla firma del contratto nazionale dei metalmeccanici, hanno discusso sul come resistere e continuare a lottare dopo lo sciagurato contratto sottoscritto dai vertici Fim-Fiom-Uilm, che è in linea con l’assalto alle nostre conquiste e i tagli alle spese sociali. 
Gli interventi sono stati numerosi e molto interessanti. Sono state messe in luce le caratteristiche dell’attacco padronale, il ruolo negativo dell’apparato dirigente e burocratico sindacale, così come i segnali di risveglio che vengono da alcuni settori operai. 
Pensiamo che sia importante raccogliere e generalizzare le indicazioni di lotta emerse dal dibattito.
Come operai dobbiamo sviluppare la resistenza e l’opposizione sindacale di classe nelle fabbriche  rompendo i vincoli accettati dalla FIOM e scontrandoci senza esitazione  con le strutture sindacali collaborazioniste.
Occorre ritrovare e praticare l’attività indipendente nelle lotte e sostenere obiettivi specifici non subordinati alla linea degli apparati sindacali.
Il nuovo contratto va contrastato nella sua applicazione su tutti i punti che portano peggioramenti, ad es. orari, straordinari, flessibilità, legge 104 e premi aziendali.
Alcuni delegati hanno ribadito che è più che mai necessaria l’unità  dal basso mantenendo contatti stretti fra le fabbriche e organizzando una risposta generale di difesa dei delegati che proclamano mobilitazioni e scioperi “fuori dalle regole” che ci vogliono imporre.
Altro aspetto chiave sarà costruire piattaforme e vertenze aziendali che superino i vincoli del CCNL e dare ampia diffusione, tra i lavoratori delle diverse fabbriche, delle esperienze e degli accordi favorevoli agli operai.
Giusta la proposta di un operaio di Piombino di organizzare un collegamento dei lavoratori alla base, nelle fabbriche, al di là delle sigle sindacali, per dare impulso alla mobilitazione.
Insomma, bisogna rimboccarci le maniche e fare un serio lavoro di elaborazione e sostegno delle rivendicazioni immediate più sentite dalla massa, preparare i lavoratori a scontri più duri, che inevitabilmente arriveranno. Per questo è necessario far capire agli iscritti al sindacato e ai lavoratori che occorre più militanza e più organizzazione, forme di lotta più efficaci che siano sostenute dalla massa.
Le lotte avvenute in questi mesi, la considerevole opposizione al contratto e la costituzione dal basso di alcuni esperienze unitarie (senza vincolo di tessera) dimostrano che la base comincia a svegliarsi. In molte fabbriche piccole e medie il No ha vinto e in alcune grandi fabbriche è arrivato al 40%. Il dissenso alla linea dei vertici cresce. Spesso gli operai più giovani sono quelli con le idee più chiare, perché sono meno condizionati dal riformismo.
La situazione è dunque favorevole allo sviluppo del sindacalismo di classe.
Va approfondito un ragionamento sulla opposizione interna alla CGIL.
La vecchia sinistra sindacale per anni si è posta come minoranza (area) di tipo parlamentare dentro l’apparato, spesso riproducendo al suo interno logiche di spartizione  fra correnti e tendenze politiche.
Questo approccio – che spesso  veniva giustificato in nome di una “riforma democratica e pluralista” del sindacato –  non ha più senso né spazio. E’ la base che va conquistata, non l’apparato. Inoltre, l’esperienza dimostra che i dirigenti prodotti dalla vecchia attitudine non sono  all’altezza dei compiti.
L’opposizione va costruita in fabbrica e nel territorio, costruendo organismi unitari e rappresentativi di tutta la massa sfruttata,  con alla testa gli operai più determinati e combattivi, senza uscire dai sindacati che hanno un seguito.
I comunisti hanno un ruolo preciso da svolgere per sostenere la lotta operaia, fare propaganda politica e sviluppare i livelli di coscienza, organizzandosi per primi e meglio.
(Corr. dalla Toscana)
 
Pubblico impiego: l’accordo del 30 novembre annuncia l’ennesimo bidone contrattuale
 
Lo scorso 30 novembre CGIL CISL e UIL a cui si è accodato il Confsal hanno siglato con il governo Renzi un “accordo quadro” sui contratti del pubblico impiego.
Si tratta di “linee guida” che andranno poi tradotte nei contratti veri e propri.
Questo “accordo” contiene degli elementi inaccettabili:
• Innanzitutto la cifra prevista per l’aumento medio a regime (ovvero nel 2018) è di soli 85 euro lordi, del tutto insufficiente a recuperare la perdita del potere d’acquisto dei salari bloccati dal 2009.
• Sull’accordo non viene indicato in alcun modo quali saranno le cifre impegnate quindi al momento non possiamo avere nessuna sicurezza su quanto promesso;
• L’erogazione di questa cifra è legata a criteri di valutazione della performance individuale e di misurazione della produttività. 
• Nell’accordo si parla chiaramente di “welfare contrattuale” quindi il rischio concreto è che: come nel contratto dei metalmeccanici, dell’igiene ambientale e del trasporto locale, una parte consistente di questo già misero aumento salariale non venga erogata in denaro ma in “welfare aziendale”, ovvero in fondo pensione e assicurazione sanitaria obbligatori.
•  Infine c’è il rischio concreto – per circa 200 mila lavoratori – che questo aumento non si sommi ma “assorba” gli 80 euro del cosiddetto “bonus Renzi”, visto che nonostante le promesse rassicuranti il governo è in seria difficoltà a trovare le risorse necessarie per non perdere il bonus. Intanto lo scorso 16 gennaio è arrivata la comunicazione della sospensione dell’erogazione del bonus per il comparto Sicurezza e Soccorso Pubblico.
• Inoltre si fa espressamente e ripetutamente richiamo a concetti di riforma della pubblica amministrazione, aumento della produttività e rimessa in discussione della malattia, congedi e permessi. Questi principi nei su citati rinnovi si sono tradotti in penalizzazioni per la malattia, aumenti legati alla produttività, ecc.
• Sul precariato si accontentano solo di vaghe promesse, senza che si arrivi ad uno sblocco del turn over.
• Il blocco contrattuale in vigore dal 2009 ha causato una perdita economica che ha fatto crollare gli stipendi al livello di quelli del 2001, ma nell’accordo non si fa alcun riferimento al recupero degli arretrati.
Di fatto questo accordo e gli altri rinnovi siglati in questa stagione contrattuale sono usati come grimaldelli per ridurre i salari, estendere la miseria, intensificare lo sfruttamento e la divisione dei lavoratori attraverso accordi aziendali “sperimentali” e premi di risultato “variabili”, aumentare la flessibilità, penalizzare le malattie e introdurre la pensione integrativa privata, la sanità integrativa privata per finire di smantellare il sistema pensionistico e la sanità pubblica.
Inoltre c’è un serio problema di democrazia sindacale, poiché tutta la trattativa è stata di esclusivo appannaggio della triplice confederale, e questo è una chiara dimostrazione che tutte le regole, leggi e laccioli sulla rappresentatività sono solo chiacchiere che mirano a togliere potere sindacale ai lavoratori.
Accettare passivamente un qualsiasi principio di misurazione della rappresentatività è solo un suicidio e un idea utopistica.
Le segreterie confederali e del Confsal hanno la grossa responsabilità di mettere una pietra tombale sui contratti nazionali e sui diritti dei lavoratori.
In questo accordo come nei contratti già siglati in questa stagione contrattuale i vertici confederali si macchiano di responsabilità enormi.
Non ci troviamo di fronte all’ennesimo bidone, ma vi è un ulteriore salto nel vuoto.
L’uso del cosiddetto welfare aziendale con polizza sanitaria e pensione integrativa obbligatoria non è una geniale forma di salario accessorio, ma la completa capitolazione dinanzi lo smantellamento dello stato sociale.
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