A picco l’industria italiana!


Per l’Istat è profondo rosso: -2,6% della produzione a novembre 2018.

Crolla la produzione industriale in Italia (-2,6% a novembre 2018 su base annua e meno 1,6% in un solo mese da ottobre), l’ombra della recessione si fa sempre più reale («debolezza» scrive l’Istat). È il primo esito di un effetto domino che rischia di travolgere la produzione in tutta Europa. Nessuno dei paesi, che hanno percentuali di crescita ben superiore a quella italiana, è stato risparmiato: Spagna, Francia, Gran Bretagna e Germania, l’economia manifatturiera più importante del continente. Il primo scricchiolìo serio si è sentito negli Stati Uniti dove, fino a poche settimane fa, l’economia e l’occupazione hanno superato ogni record.
UN’ONDA LUNGA iniziata con Obama, ma che ha bagnato la presidenza Trump. Proprio negli ultimi mesi del 2018, e ancor più nel primo scorcio del 2019, la borsa dei record di Wall Street, e soprattutto i titoli Big Tech, hanno fermato la loro corsa. Apple è crollata del 10% a inizio d’anno e ha tagliato il 10% della produzione dei nuovi iPhone, ad esempio. L’indice industriale Usa ha subìto un crollo del 10% ma ha recuperato parzialmente dopo che Trump è sembrato fare retromarcia dopo avere sostenuto di portare i dazi sulle esportazioni cinesi al 25%. Gli impressionanti stimoli fiscali approvati dal presidente Usa genererà un impressionante contraccolpo perché aumenterà di circa 2,289 trilioni di dollari il debito pubblico Usa in 10 anni, mentre i gruppi a basso reddito sosterranno i costi netti, pagando tasse più elevate o ricevendo meno benefici governativi (fonte Congressional Budget Office).

FRESCA DELL’APPROVAZIONE di una legge di bilancio che finanzia in deficit il «reddito di cittadinanza» e la «quota 100» e rinvia una montagna di tasse e di tagli al 2020, l’Italia sembra essere un fuscello nella tempesta. Una sfortunata coincidenza ha visto ieri il ministro del lavoro e dello sviluppo Di Maio (M5S) vaticinare l’imminenza di «un boom economico» come «negli anni Sessanta». Oltre 50 anni fa fu la costruzione delle autostrade a trainare l’economia, oggi potrebbero essere, secondo il vicepremier, «le autostrade digitali. «L’Italia deve essere in prima linea in questa fase di trasformazione, facendo il nostro Paese una smart nation». Agli «stati generali dei consulenti del lavoro» Di Maio ieri non ha commentato i preoccupanti dati Istat. Tuttavia la coincidenza tra la sua «visione» contro-fattuale – una tecno-utopia propagandistica ricorrente tra i Cinque Stelle e il mondo della Casaleggio & Associati – e le tendenze dell’economia mondiale ha creato una dissonanza devastante. Effetto raccolto subito dalle opposizioni, dal Pd a Forza Italia, che hanno commentato all’unisono l’uscita «surreale», «oltre il surreale». Al punto che i Cinque Stelle hanno cercato di attutire il colpo hanno parlato di «polemiche assurde». E hanno difeso la manovra rilancio il presunto, e probabilmente ottimistico, «effetto espansivo» del «reddito di cittadinanza» (sui consumi), gli incentivi per le assunzioni promessi alle imprese come nel Jobs Act, oltre al discusso «aumento degli investimenti in tre anni».

TUTTO IL GOVERNO si è schierato dietro la falange Cinque Stelle. A cominciare dal previdente premier Conte: «temevo un dato negativo» ha detto. E poi: abbiamo «una manovra nel segno della crescita e dello sviluppo». Quella che, con un giudizio estetico, ha definito «bella». Soprattutto pertinente, in materia economica. Per Salvini «L’Italia è preparata» ha detto. «Crisi? – ha aggiunto – Faremo il contrario dei governi del Pd: in una situazione internazionale negativa, mettiamo più soldi nelle tasche degli italiani, è l’unica cosa intelligente da fare». Come se un’economia dell’offerta, degli sgravi, dei sussidi – quella improvvisata in una manovra scomposta come quella del 2019 – possa risolvere i problemi strutturali che iniziano ad emergere da un ciclo economico in progressivo rallentamento. I populisti pensano di avere il tocco taumaturgico anche per arrestare la valanga. Non è escluso che funzioni nell’economia della credenza che coltivano ancora con successo.

AL DI LÀ DELL’EFFETTO involontariamente comico prodotto dalla sua dichiarazione, resta da capire a quale «boom economico» pensi davvero Di Maio. Va scovata nelle visioni precedenti, sue e quelle di Davide Casaleggio, sulla «Smart Nation»: sarebbe più grande della «Startup Nation» vaticinata dal neoliberista Macron in Francia. Il rinascimento di questa «nazione» sarebbe finanziato da un «tesoretto» di 6 miliardi e 550 milioni che dovrebbero arrivare dai «diritti d’uso delle frequenze per il 5G, la tecnologia che promette di rivoluzionare l’internet per smartphone. Pagheranno le compagnie telefoniche che si sono spartite le frequenze. Base d’asta 2 miliardi. Prospettive troppo rosee, suggeriscono gli osservatori, perché le aziende telefoniche sono indebitate. Le quote non saranno versate subito. Nel 2019 arriveranno 1,25 miliardi dalla vendita delle bande disponibili. Le altre a frequenze «liberate», nel 2022. Nella visione del futuro digitale manca un altro dato: in un contesto nebuloso, per di più dominato dai giganti cinesi Zte e Huawei , e poi Nokia e Ericsson, l’Italia «smart» è molto fragile. E i costi altissimi delle frequenze rischiano di essere scaricati sui 120 mila dipendenti delle Tlc.

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