L’epoca attuale è segnata dalla crescita delle disuguaglianze e dei divari economici.

La crisi economica in corso, ormai quasi decennale, sta ampliando le divergenze, non solo all’interno dell’Italia ma anche fra l’economia italiana nel suo complesso e i centri forti dell’economia europea, capeggiati dalla Germania.L’epoca attuale è segnata dalla crescita delle disuguaglianze e dei divari economici. Questo processo è testimoniato dall’inarrestabile desertificazione industriale del nostro Paese, già evidente da diversi anni e in buona parte figlia della furia privatizzatrice dell’ultimo ventennio. Anche i dati sull’occupazione ci parlano di un’Europa a due velocità. Tra il 2008 e il 2013 gli occupati in Germania sono cresciuti di quasi un milione e mezzo, mentre l’Italia ne ha persi quasi un milione. Nello stesso arco di tempo la disoccupazione è cresciuta fortemente in tutta Europa, con la sola eccezione della Germania, dove è persino diminuita. Questa dinamica chiama in causa l’attuale assetto economico dell’Unione europea, le cui basi istituzionali – a cominciare dal Trattato di Maastricht – confliggono apertamente con quanto stabilito dalla Costituzione italiana in materia di diritto al lavoro e intervento pubblico in economia, impedendo una politica per la diminuzione della disoccupazione e il rilancio dell’economia italiana.

Il quadro politico dentro cui ci muoviamo, in Italia e in Unione europea, non contempla più l’idea che si possa sconfiggere radicalmente il male della disoccupazione. Sembra ormai chiaro, d’altra parte, che il pieno impiego è stato solo un obiettivo novecentesco, nato inizialmente in occasione della mobilitazione generale sperimentata durante la prima guerra mondiale e affermatosi successivamente come conseguenza della sfida posta al sistema capitalistico dall’economia pianificata dell’Unione sovietica. Nei trent’anni successivi alla seconda guerra mondiale il perseguimento della piena occupazione nelle società “libere”, come aveva presagito l’economista liberale William H. Beveridge, richiese l’introduzione di buone dosi di programmazione anche nelle economie di mercato, nonché il superamento del vecchio tabù del pareggio di bilancio, alla luce della lezione teorica di John Maynard Keynes, convinto che la disoccupazione involontaria dipenda essenzialmente dalla carenza di domanda all’interno del sistema economico.

Oggi la disoccupazione è tornata a essere un elemento normale, funzionale agli stessi equilibri del sistema economico capitalistico. La presenza di lavoratori disoccupati contribuisce a tenere bassi i salari, esercitando al contempo un effetto di disciplinamento sulla forza lavoro. Non deve quindi stupire il fatto che di tanto in tanto faccia capolino la vecchia idea ottocentesca secondo cui la disoccupazione può derivare dall’oziosità dei singoli. E non è un caso se il concetto di “disoccupazione naturale”, riconducibile alle idee dell’economista monetarista Milton Friedman, è oggi pienamente accolto fra le categorie che guidano l’azione governativa. Opponendosi alle idee keynesiane in voga durante la cosiddetta “età dell’oro” (1945-1975), Friedman sostenne che il “tasso naturale di disoccupazione” è quel livello di disoccupazione “strutturale” ritenuto coerente con la stabilità dei prezzi. In inglese tale concetto ha assunto nel tempo il nome di Non accelerating inflation rate of unemployment (Nairu), ed è ormai da molto tempo parte integrante della teoria economica prevalente. Come si diceva, questo dispositivo analitico ha ricadute concrete sulle politiche economiche: sin dal 2002 la Commissione europea diffonde una stima del Nairu che viene ripresa e rielaborata anche nei documenti programmatici del governo italiano. È interessante notare che il livello del Nairu è stato sempre più alto negli ultimi anni, seguendo da vicino l’andamento del tasso di disoccupazione, quasi a volere legittimare a posteriori i crescenti squilibri nel mercato del lavoro.

Come ha implicitamente indicato, tra gli altri, l’economista Thomas Piketty, la crisi economica globale iniziata nel 2007 ha tra le sue cause profonde la crescita delle disuguaglianze economiche e il fallimento delle politiche neoliberiste dell’ultimo trentennio. Di fronte a questa evidenza, non vi è stata un’inversione di rotta nelle politiche economiche. Le vecchie ricette, anzi, sono state rilanciate, con l’effetto di una crescita senza precedenti della disoccupazione e di un’ulteriore riduzione della dinamica salariale. Le politiche economiche affermatesi in Italia e in Unione europea negli ultimi anni sembrano approdate a una sorta di «coesistenza pacifica» con gli attuali livelli di disoccupazione, considerati come ineliminabili a meno di ulteriori deregolamentazioni del mercato del lavoro (le famose “riforme”). Come prescritto dalle teorie economiche monetariste e neoclassiche, infatti, se la disoccupazione non cala lo si deve alle rigidità del mercato, fra cui rientrano le eccessive tutele, la scarsa mobilità del lavoro e i salari troppo alti. Idee vecchie, risalenti per lo meno agli anni Cinquanta, ma che vengono propinate come la quintessenza del nuovo “riformismo”.

In realtà, come rivelano i dati dell’Ocse e come ammette la gran parte dei sociologi che si occupano del mercato del lavoro, “le norme giuridiche o contrattuali a tutela dell’occupazione hanno effetti scarsi o nulli sul livello generale della disoccupazione”. Sono altri i fattori che determinano la dinamica dell’occupazione, fra cui soprattutto gli investimenti in tecnologia e formazione: in Germania, ad esempio, pur in presenza di una tutela dell’occupazione più «rigida» che in Italia, i livelli di disoccupazione sono più bassi e quasi uguali per i giovani e per gli adulti, grazie a un modello produttivo più innovativo e a un sistema educativo più orientato all’istruzione professionale dei giovani. Sebbene tutti i riscontri empirici dimostrino dunque che non vi è un legame fra flessibilità normativa e occupazione, in Italia gli interventi di politica del lavoro degli ultimi anni hanno proseguito il cammino della deregolamentazione iniziato negli anni Ottanta, favorendo la frammentazione del mondo del lavoro e il contenimento dei livelli salariali. Il Jobs act varato dal governo Renzi non è che l’ultima tappa di questo percorso. Composto da vari provvedimenti (le leggi 78 e 183 del 2014 e i successivi decreti attuativi), il Jobs act ha previsto fra le altre cose sia una maggiore libertà nell’uso del contratto di lavoro a tempo determinato, sia un ulteriore depotenziamento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. L’ampliamento degli ammortizzatori sociali per i lavoratori atipici stabilito dal provvedimento renziano, peraltro, è ben lungi dal configurare un sistema di protezione sociale contro la disoccupazione di tipo universalistico.

Il dramma della disoccupazione di massa si unisce oggi da un lato a una crescita dei fenomeni di povertà, anche fra chi lavora, dall’altro a un più ampio senso di precarietà del lavoro. Oggi la deregolamentazione normativa e la frammentazione del lavoro rendono a volte più difficile distinguere chiaramente l’occupato dal disoccupato, riproponendo per alcuni versi la fragile condizione del lavoro salariato della prima metà del Novecento. L’idea diffusa che negli ultimi anni sia aumentata la precarietà occupazionale trova un chiaro riscontro nei dati statistici. Va chiarito che la precarietà, come condizione di insicurezza e incertezza del lavoro, può coinvolgere anche i lavoratori con un contratto a tempo indeterminato. Secondo i dati dell’Inps e dei Centri per l’impiego, il 30-40% dei contratti di lavoro “stabili”, specialmente nelle piccole imprese, non dura più di un anno. La disoccupazione, sia pure di breve durata, è quindi un’esperienza molto diffusa anche tra i lavoratori a tempo indeterminato. La precarietà occupazionale colpisce a maggior ragione i lavoratori inquadrati con contratti temporanei o «atipici». Dalla fine degli anni Ottanta a oggi il peso dei lavoratori a tempo determinato è cresciuto in tutta Europa, ma in Italia più che altrove. Nel 2008, a crisi già iniziata, in rapporto al totale degli occupati la percentuale dei lavoratori instabili (i lavoratori a tempo determinato più tutta la galassia dei lavoratori parasubordinati) in Italia ha raggiunto il 16%, un valore al di sopra della media europea. Da allora a oggi il volume dell’occupazione instabile è rimasto pressoché stazionario, ma i pochi nuovi posti di lavoro che si sono creati sono stati in misura crescente lavori precari (nel 2012, fra i nuovi occupati, il 55% risultava in una posizione instabile). Oggi la probabilità di svolgere un lavoro precario è più alta per i giovani e i giovani adulti.

Come può insegnare la storia del movimento operaio, affinché muti lo stato di cose presente è determinante la ricostruzione di un’organizzazione dei lavoratori e di un soggetto politico in grado di imporre il tema della disoccupazione all’ordine del giorno, proponendo validi strumenti di contrasto, a cominciare dal rilancio degli investimenti e dalla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Se ciò non accadrà, le attuali politiche restrittive dominanti nell’eurozona non permetteranno mutamenti significativi del quadro occupazionale. In futuro la persistenza o meno della disoccupazione dipenderà quindi dalle scelte politiche che prevarranno, non meno che dalle dinamiche economiche e dalle sorti stesse della società capitalistica.

 

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