
All’inizio di The Zone of Interest, il capolavoro di Jonathan Glazer, non vediamo Auschwitz. Ne percepiamo soltanto l’eco: grida lontane, spari, la cenere che cade come polvere sul giardino perfetto della famiglia Höss. L’orrore è fuori campo, ma penetra ovunque. Eppure, nessuno lo ascolta. Oggi, allo stesso modo, Gaza è quel fuori campo. Una striscia di terra divenuta laboratorio della violenza contemporanea: il massacro continua senza sosta, ma il cosiddetto “Occidente” lo trasforma nello sfondo silenzioso di altre narrazioni — l’intrattenimento, il consumo, l’indifferenza programmata. Questo deserto nero, in cui la vita viene annientata, si insinua come parte integrante di una nuova umanità frammentata, smembrata, ridotta a maschera. Guernica non è più soltanto un dipinto: è l’umanità in frantumi del nostro tempo.
Distruggere l’altro – lo straniero, il diverso da sé – viene, infatti, proposto come gesto razionale, strumento di ordine e di igiene. È la normalizzazione di ciò che negli scorsi decenni sarebbe stato colto nella sua disumanità, ma che oggi è integrato come pratica politica. La violenza diventa sistema, l’imperialismo colonialista si maschera da diritto alla difesa ed alla sicurezza. Le parole del cosiddetto “Occidente” — uguaglianza, libertà, equità — si svuotano fino a rivelare, ancora, un pensiero autoritario, predatorio e razzista. La logica è sempre la stessa: il più debole non è un interlocutore, ma un ostacolo da dominare, sottomettere, cancellare. L’interiorizzazione di questa logica diventa struttura psichica, predisposizione mentale alla guerra, alla colonizzazione, alla sopraffazione.
Le tecnologie, dal canto loro, hanno moltiplicato le capacità di sorveglianza, controllo e distruzione. Ma questo progresso non è stato accompagnato da un rafforzamento degli strumenti democratici. Al contrario: la violenza e la disumanizzazione vengono proposte come nuove forme di socialità, come linguaggio comune. Come cantava Sinead O’ Connor, there is no other Troy to burn. Eppure, assistiamo a Gaza al crollo del fondamento stesso dell’umanità che lega gli esseri umani tra loro. In nome di un iper-capitalismo individualista e suprematista si preparano i terreni fertili per la guerra permanente. Il mondo interiore è già incendiato. Ed anzi va distrutto, smembrato, dissanguato, per rendere accettabile la distruzione continua.
Tuttavia, gli strumenti per opporsi esisterebbero. Ribellarsi significa, infatti, rifiutare l’indifferenza programmata, smascherare il meccanismo che rende la violenza centrale in un certo sistema politico. In questi termini, l’indifferenza non è un vuoto, ma una precisa programmazione politica. Negare l’esistenza dell’altro, ridurlo a nulla, farlo scivolare nel deserto nero della non-esistenza. Tutto ciò è possibile quando la struttura mentale risente, ancora, di un retaggio colonialista che ci dice che alcuni esseri umani sono più uguali degli altri, come ha ben dimostrato Pankaj Mishra nel suo “Il mondo dopo Gaza”. L’indifferenza va quindi svelata come malattia psichica. Come piena partecipazione ad un sistema politico fondato ancora sullo sfruttamento, sulla distruzione, sulla sopraffazione.
È in questa prospettiva, quella dell’indifferenza che fa sparire l’altro nella non-esistenza, che si può intendere Gaza come non-luogo. Lo sterminio di civili come non-evento. I corpi dei giornalisti e dei medici uccisi come danni collaterali. La cancellazione sistematica come metodo politico. Essere indifferenti, pertanto, significa scegliere: scegliere di sostenere governi che finanziano e armano il genocidio, scegliere di fondare la convivenza civile sulla negazione della dignità umana. Per tornare al film di Glazer, condurre una vita normale quando una striscia di terra è distrutta e bruciata come esperimento politico è non solo da stupidi, ma da vigliacchi.
A questo punto, è cruciale interessarci di quel pensiero che aveva messo in discussione quel pensiero “occidentale” che, in nome di un presunto Logos astratto, razionale ed illuminato, pretendeva di espandersi senza sosta. Colonizzando spazi, tempi, corpi e identità altre, straniere e diverse. Frantz Fanon aveva compreso tutto ciò con lucidità: il colonialismo non si limita, infatti, a occupare territori, ma annienta l’essere dell’altro. Oggi questo meccanismo si riveste di linguaggio tecnico: “difesa”, “danni collaterali”, “equilibrio strategico”. Gaza diventa il luogo dell’altro che non esiste, cancellato prima come soggetto e poi come corpo. La stessa esistenza dell’altro è vista come minaccia. È la disumanizzazione reciproca: negando l’altro, il colonizzatore perde la propria umanità, scivola in un vuoto affettivo, in una politica senza volto. E questa disumanità, questo vuoto, questo deserto, vengono proposti come normalità. Il genocidio di Gaza, insomma, ci impone di mettere in discussione quel sistema di pensiero che ancora ben si fonda sulla violenza, sulla sopraffazione del più debole, sul razzismo, sul suprematismo. Non è questo ciò che vogliamo.
Questa dinamica psichica, però, non è affatto invisibile, non appartiene all’enigmatico, al mistero. È concreta, tangibile, storica. E richiede, per essere rovesciata, una trasformazione radicale del pensiero politico. Non si può più rimandare: una nuova politica deve essere fondata sul riconoscimento della dignità dell’altro, sull’accoglienza, sulla libertà. L’educazione deve tornare a formare cittadini capaci di sentire, di immaginare, di pensare in relazione all’altro. Il mondo cosiddetto “occidentale” deve decostruire il proprio paradigma di dominio, riconoscendo che ogni atto di sopraffazione apre la strada a una civiltà del nulla.
L’indifferenza, in questa prospettiva, può prosperare perché viviamo in una società che ha sostituito la relazione con la performance, l’empatia con lo spettacolo. Guy Debord lo aveva descritto con chiarezza: lo spettacolo non è solo ciò che vediamo, ma la forma stessa della nostra vita sociale. Il bombardamento dell’attenzione dissolve il dolore: le bombe su Gaza scorrono accanto a meme, ricette, pubblicità. La tragedia diventa rumore di fondo, “contenuto” tra altri contenuti. Come notava Baudrillard, viviamo un’estetica del male, un delitto perfetto che svuota il reale. L’orrore diventa compatibile con le stories, spettacolo tra spettacoli. Non è più solo negato: è reso intrattenimento. È questa la Guernica oggi: accade a livello psichico, frantumando la possibilità di definire un senso chiaro e condivisibile alla vita. Gaza rischia di diventare un episodio di una interminabile serie TV della vita del mondo. Episodi che possono non avere nulla a che fare l’uno con l’altro. Un genocidio, una vacanza a Ibiza. Una pulizia etnica, una cena stellata. Uno sterminio, un allenamento in palestra da mostrare sui social. Al contrario, ciò che accade a Gaza impone un definitivo rifiuto di un certo sistema di pensiero ancora oggi dominante.
La cultura degli anni ‘70 aveva già colto questo rischio. The Wall dei Pink Floyd raccontava, in maniera visionaria, il muro che una cera educazione costruiva mattone dopo mattone per non sentire. Quel muro, che nasceva come difesa rispetto alla creatività, alla fantasia, alla ribellione, è diventato prigione. Rischiamo di sentirci inermi rispetto ad una politica che va verso l’auto-distruzione. Nel frattempo, l’intrattenimento distrae, i rapporti si svuotano. E il muro cresce. La vera resistenza oggi è, invece, il contrario: immaginare, creare, sentire. Tornare a riconoscere l’altro nella sua piena umanità. Perché l’indifferenza non è destino, ma scelta. E come tale può essere trasformata. Hannah Arendt ricordava che il male può assumere i tratti della banalità. Ma la banalità non deve diventare legge. Curare la violenza invisibile significa ridare senso alle parole, al pensiero, al dolore. Significa rifiutare l’assuefazione all’orrore.
Oggi Gaza è, quindi, nella sua brutale evidenza lo specchio del mondo. Non solo per chi preme i pulsanti dei droni, ma per chi guarda e tace. Il genocidio non si consuma solo nelle macerie: vive nell’atto di chi non vuole vedere. Ogni volta che il dolore dell’altro viene derubricato come superfluo. Ogni volta che il linguaggio rinuncia alla verità. Solo spezzando questo meccanismo di disumanizzazione si può sperare in una società diversa. Solo riaprendo il contatto affettivo con il mondo si può dire davvero: mai più. La ribellione è oggi.
Ed è proprio qui che si gioca il destino del nostro tempo: scegliere se continuare a vivere come spettatori anestetizzati di un mondo che brucia, o assumere finalmente la responsabilità di essere presenti, vivi, umani. Gaza non è lontana, non è un altrove. È la misura della nostra capacità di riconoscere l’altro, di rifiutare l’orrore, di costruire una politica che non abbia come fondamento la morte ma la vita. Ogni silenzio ci condanna, ogni parola vera ci libera. La scelta, oggi, è tra restare complici dell’annientamento o diventare costruttori di un futuro che abbia ancora il volto dell’umanità. Mettere in discussione tutto per cambiare tutto.






IL COORDINAMENTO NAZIONALE DELL'A.S.La COBAS, IL 7 FEBBRAIO 2015, A SEGUITO DI VOTAZIONE DELL'ASSEMBLEA, CON IL 75% DEI VOTI A FAVORE, HA DELIBERATO L'ADESIONE AL T.U. SULLA RAPPRESENTANZA SINDACALE DEL 14 GENNAIO 2014
Scrivi al Dott. Claudio Calabisenti - Docente Universitario - Dirigente Nazionale A.S.La COBAS


